Violenza sulle donne – Parte seconda

 

Di Giovanni Rodini

 
 
Prefazione
Prima del 1978, anno dell’approvazione della Legge Basaglia, sono state centinaia le donne rinchiuse nei manicomi italiani senza che vi fosse un reale motivo clinico. A lungo il manicomio è stato un mezzo per medicalizzare e diagnosticare gli “errori della fabbrica umana”, attraverso l’eliminazione dalla società delle anomalie. A titolo di esempio, l’adulterio, fino al 1968, era in Italia un reato ed era motivo sufficiente per finire rinchiuse. Motivi per essere internate, in particolare durante il fascismo, erano anche l’essere libertine, o credute tali, l’essere poco propense al ruolo di moglie o madre, l’aver osato ribellarsi alle violenze inflitte dal marito, o da altri maschi, tra le mura domestiche. Anche l’essere povere e indifese poteva esporre una donna al rischio di essere internata. (Norina di Blasio)
 
CAFUNE’
Lella è seduta per terra, le spalle appoggiate al muro che disegna un perimetro attorno al giardino del frenocomio. Da ore se ne sta così, con le mani al volto. Tra le dita osserva il pavimento davanti a lei. Poi il suo sguardo si posa su qualcosa che si muove a pochi metri dai suoi piedi. E’ una formica che si aggira da quelle parti annusando l’aria. Si muove a scatti e ogni volta cambia la direzione del suo percorso. Incerta si ferma ancora e fa per tornare indietro. Il minuscolo insetto si è allontanato dal gruppo e non è più in grado di raggiungere le sue sorelle. Dall’alto, Lella riesce a vedere quello che sta succedendo in un modo che la formica non vedrà mai e s’impietosisce per il grande sconforto che prende corpo davanti ai suoi piedi. Se anche la formica potesse osservare le cose dalla sua prospettiva, capirebbe di che piccola cosa sia fatta la sua paura di restare sola.
Poco più in là, infatti, una colonna di minuscole creature disegna un sentiero mobile sul pavimento. In un viavai di zampe e di corpi scorre la vita di centinaia di formiche, tutte ancoraignare della scomparsa di una di loro. Lella pensa di aiutare la sua nuova amica e le avvicina le mani per guidarla, sbarrandole il passo ogni volta che si dirige nella direzione sbagliata. Ma le cose vanno diversamente e l’animale si arrampica sulle sue dita. Non le resta che trasportarla di persona al sentiero da cui si era allontanata. La formica non sa dire grazie, ma la rapidità con cui corre incontro alle sue sorelle, vale da sola a esprimere riconoscenza.
Lei resta per un poco davanti a loro, rapita da quel fiume di insetti che si carica il mondo sul dorso in direzione del formicaio, là tra l’erba alta del giardino. Mentre si allontana da loro, si chiede quale sarà la mano che le aprirà le porte del frenocomio. In manicomio è stata accolta bene, ma nessuno è stato in grado di dirle per quanto l’avrebbero tenuta in osservazione. Lella non si sente malata e nemmeno depressa. E’ stato suo padre ad averlo deciso. Dopo l’ennesima lite, lui si è allontanato e non si è fatto più vedere per alcuni giorni. Poi sono venuti con l’ambulanza e l’hanno accompagnata in quella struttura fuori città. Di ragazze come lei ce ne sono tante in quel reparto. Sono i casi meno gravi, quelli dove la paziente soggiorna fino a quando non viene rieducata. Si tratta perlopiù di giovani donne un poco stravaganti, indocili, impulsive, inclini al conflitto e ribelli alla doverosa sottomissione agli uomini della loro famiglia. Sì, per quel poco che Lella ha visto, le altre pazienti sono come lei, femmine che non vogliono sottomettersi al volere dei maschi, giovani che protestano quando viene loro chiesto di abdicare a tutto, delegando le scelte sulla loro vita al padre, al marito, allo zio e perfino al fratello. Inutile dire che Lella non è d’accordo. Lei non pensa neanche minimamente di dover essere rieducata. Il caso ha voluto che lei nascesse femmina, ma questo è un aspetto che lei considera squisitamente biologico e che non basta da solo a privarla della libertà e della gioia di scegliere il suo futuro. Quando non è in cortile, Lella è in biblioteca. La struttura ha una stanza lunga e stretta, ricavata da un corridoio, e le ragazze possono sedersi attorno ai tavolini di legno oscuro. Lo possono  fare, ma solo per un paio d’ore al giorno. Peccato, perché Lella adora leggere e quel soggiorno in manicomio sarebbe una passeggiata se potesse seppellirsi in biblioteca. Lella è ancora intenta a fantasticare sulle formiche e con lo sguardo fissa il prato davanti a lei. Al di là di quel manto d’erba ci sono altre ragazze. Sono anche loro in giardino da ore. Nessuna parla con le altre e hanno tutte lo sguardo a terra. Qualcuno deve aver trovato il modo di spiegare loro che è buona norma che una donna tenga lo sguardo basso. Lo dice sempre anche suo padre, che “da come una donna guarda il mondo, si capiscono molte cose”. Poi qualcuno le si avvicina e la chiama per nome. Sono tutti così gentili qui. Si unisce così a un gruppo composto da altre quattro donne come lei, ragazze che sono anche loro arrivate da poco e che devono ancora essere istruite su alcune regole.
Mentre è con loro, Lella fissa il vuoto. Non ha niente contro nessuna di loro, ma guardarle negli occhi le darebbe troppa pena; vedrebbe i suoi occhi nel viso delle altre, riconoscerebbe se stessa nei volti pieni d’onta di quelle quattro compagne. Percorrono corridoi e scale fino a quando non si trovano nell’altro ramo di questa costruzione a forma di ferro di cavallo. Poi scendono altre scale e si ritrovano in un seminterrato dove vengono fatte accomodare in uno stanzino con una grande lastra di vetro su una parete che si apre su un locale scuro. La luce della stanza di fianco viene accesa e una ragazza vi viene trascinata a forza. Urla e si dimena, come chi già sa a che cosa sta andando incontro. Al centro c’è un lettino e lei non ne vuole sapere di coricarvisi. Tre uomini la immobilizzano e l’adagiano lì sopra. Mentre sembra tutto fatto, la ragazza riesce ad alzarsi e corre contro la lastra di vetro con tutta la sua forza. Corre nello stanzino come se stesse in mezzo a un prato. A testa bassa fa uno scatto che finisce in uno schianto contro la lastra che la separa dalle cinque ragazze. Prima di svenire, lancia uno sguardo al di là del vetro. I suoi occhi s’inchiodano dentro a quelli di Lella e quell’istante si dilata e si espande come un’onda tra le due. Di fretta le cinque ragazze vengono fatte tornare al loro reparto, dove vien detto loro soltanto che verranno dimesse tra tre settimane. Ora, tutte loro, si fissano le punte dei piedi. Ora è chiaro quel che le aspetta se non iniziano a comportarsi da femmine. Nessuna di loro aveva mai sentito parlare di elettroshock, ma tutte hanno visto lo sguardo di quella ragazza. Lella entra nella sua stanza e, mentre la porta viene chiusa a chiave, lei si risiede per terra aspettando la notte. Cerca parole che non trova, ma sa benissimo cosa vorrebbe adesso. Tutto quello che desidera è un cafuné; un qualcosa che ha letto in un libro della biblioteca di suo padre. E’ un termine portoghese che non si può tradurre se non con un giro di parole. Cafuné è l’atto di passare le dita tra i capelli della persona amata. Sì, in questo momento, Lella vorrebbe solo passare le sue dita tra i capelli di suo padre, guardarlo negli occhi e maledirlo per averle insegnato in quel modo qual è il suo posto nel mondo. Ma Lella ha imparato la lezione e ora sa cosa deve fare. Mentre osserva il pavimento attraverso le sue dita, Lella giura a se stessa che non guarderà mai più suo padre negli occhi. In futuro avrà una femmina educata, ma oggi ha perso sua figlia.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un pensiero riguardo “Violenza sulle donne – Parte seconda

  • 24. aprile 2019 in 6:46
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    Ahimè e così fino a poco tempo fa ora credo che non ci sono più queste cose ma c’è ne sono di più terribili e distruttive nascere donna è una disgrazia per come la vedo io è doppia la colpa quando si nasce disabile

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