Salvatore Allocca: “Il migrante che non viaggia” al Filmmuseum di Francoforte

Salvatore Allocca: “Il migrante che non viaggia” al Filmmuseum di Francoforte

22. Januar 2019 0 Von Teresa Merone

Di Terese Merone

 

Francoforte.Registi così lontani dalla scala dei filtri di Instagram come Salvatore Allocca, ne esistono davvero pochi. Solo alcune le foto postate, ripetitive le recensioni che appaiono googlando il suo nome. Ancor meno i post su Facebook.

Incontrandolo però il primo Dicembre al Filmmuseum di Francoforte e al consueto appuntamento con la rassegna cinematografica “Verso Sud”, colgo l’occasione per renderlo consapevole di quanto sia difficile trovare notizie su di lui, sulle sue vacanze estive, sul suo piano alimentare.

Spalle al muro, sorridendo ha ammesso le sue colpe.

Non convinta però ho verificato, dopo un mese, i suoi progressi social. Ancora niente. Recidivo.

Oltre alla sequenza lineare dei suoi studi accademici, con un po’ di pazienza, è possibile trovare online anche notizie sui suoi corti, come ad esempio La gita e Crackers, e soprattutto qualche recensione sul film che ha presentato qui, sul Meno: Taranta on the road. Ma più che la trama, più che il modo in cui è stata pensata e poi portata nelle sale, cattura il mio interesse la sua attenzione verso il tema della migrazione.

Poiché in fondo, la migrazione è il trampolino di lancio della nostra storia come Italiani in Germania. Il nostro peso, il nostro sospiro di sollievo.

Io sono molto affascinato dai migranti, da coloro che hanno avuto il coraggio di lasciare il proprio Paese per cercare qualcos’altro. E quando ci riescono… beh, chapeau!

L’idea di Taranta è nata così: per un periodo della mia vita volevo lasciare l’Italia, lo stesso in cui c’è stata la Primavera Araba, dei ragazzi che venivano dal Nord Africa per sbarcare sulle nostre coste. Mi sono sentito molto collegato a loro, nonostante ci separasse il fatto che io avrei potuto viaggiare facilmente mentre loro no, perché dalla parte sbagliata del Mediterraneo. E da ciò, ho avuto l’idea di fare un film su questa figura che in realtà che ci accomuna tutti; perché il migrante è colui che cerca di arrivare a degli obiettivi, che ci prova per tutta la vita e fino a quando non ci riesce è infelice, non vive la propria vita a pieno, e non lo farà fino a quando non avrà raggiunto il confine, superato quel mare.

Ѐ la stessa condizione che vivono anche i precari, come lo posso essere io e come lo puoi essere anche tu, per questo mi sono sentito molto attaccato all’argomento. Ecco, quello che posso aggiungere di me è che sono un migrante che non viaggia ma che lo fa con i propri film e le proprie storie.

A me piace molto parlare dei film dopo che sono stati visti, e creare un confronto soprattutto con Taranta on the road e La gita, che sono belli da portare in giro appunto perché creano delle discussioni animate. Pur non volendo cadere in discorsi politici, ho come la sensazione che ormai si sia creato un odio diffuso, facendomi sentire come se fossimo tornati indietro e che quindi, questi due lavori, scatenino delle reazioni contrastanti, tra la comprensione delle tematiche e la “verità” che ormai gli Italiani si sono creati. All’estero il film funziona benissimo: l’ho portato in Germania, in India e in America, poiché ha una tematica attuale e universale, non legata solo alla migrazione, ma anche al tema  dell’amicizia, alla voglia di raggiungere un sogno… e questo connette comunque molto le persone, anche con storie diverse.”

Taranta on the road è il racconto di un viaggio, della volontà di trasformare uno stato di liquida precarietà in basi solide. Ѐ una lettura leggera sulla necessità di non star fermi ma di intraprendere, nonostante tutto, il cammino non ancora tracciato avanti a noi.
Ѐ l’aggrapparsi all’ultimo stralcio di speranza, nel tentativo di capire se c’è davvero una storia differente che ci aspetta al di là del mare.

Nel salutare il mio interlocutore, per lasciare che presenti con la sua voce e i suoi occhi sinceri il suo lavoro, mi chiedo se sia davvero necessario per un regista avere delle condivisioni per farsi ascoltare, farsi notare. Chissà che invece, il filtro della cinepresa e la voglia di raccontare, non possano in alcuni casi essere già abbastanza.

 

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