“Italiani che non si fidano degli Italiani”

“Italiani che non si fidano degli Italiani”

11. marzo 2018 3 Di Teresa Merone

Che la Germania, la durezza dell’espatrio, la solitudine dei primi tempi ci abbiano fatto dimenticare cosa ci abbia portati ad andare via dal nostro Paese?

Sconvolgere la routine quotidiana, abbandonando la nostra zona di comfort per poterci garantire un futuro migliore, può essere spesso una decisione presa troppo alla leggera. Se il Paese di arrivo è poi la Germania, le probabilità di chiedersi, un giorno sì e l’altro pure, “cosa ci faccio io qui?” aumentano considerevolmente.

Ma se la necessità di cambiare qualcosa rimane, allora… valigia, biglietto aereo e si parte.

La prima tentazione, come tutti i frequentatori incalliti delle pagine di connazionali all’Estero sanno, è quella di avvicinarsi ai veterani dell’espatrio, coloro che hanno iniziato con le nostre difficoltà e che hanno trovato e percorso la loro Strasse. Coloro che vantano «tanti anni di Germania». Ci si rivolge a qualcuno che possa magari chiudere un occhio, e in certi casi anche due, sul fatto che la nostra scelta repentina ci abbia catapultato a Francoforte senza alcuna conoscenza della lingua e talvolta senza esperienza in un ruolo lavorativo specifico.

*Nella foto luogo molto comune per i nuovi espatriati

La Mainhattan, dopo tutto, conta un numero elevato di stranieri quindi perché non provare?

Il campo della ristorazione e delle pulizie continuano ad essere gli ambiti più “battuti”. E senza tedesco e, sempre più spesso, senza nemmeno l’inglese come supporto, ma con la caparbietà di voler rispettare la dicitura sulla carta d’identità “cittadinanza: Italiana”, l’istinto di cercare un lavoro come camerieri, lavapiatti o tuttofare in ristoranti con nomi italiani diventa insopprimibile, come la voglia di guardare di sbieco i piatti di carbonara conditi con la panna.

Nel delirio di trovare un lavoro che possa mantenerci, poiché in seguito all’Anmeldung non c’è più via di scampo tra tasse e Amt a cui dar conto, decidiamo di accettare qualsiasi trattamento, con turni di lavoro dai confini estremamente labili e una retribuzione spesso non adeguata, ma che ci possa però permettere di pagare questo e quello.

Si ingoia il rospo. Si comincia col saltare tra le offerte di lavoro, si scruta tra le vie di Maps alla ricerca del bollino con forchetta e coltello affiancato da parole che richiamino il nostro Paese, per poi passare ai fatti. Curriculum in mano e camicia inamidata per poter affrontare i primi colloqui, dare il meglio di sé fin dal primo momento per non sentirsi dire «Siamo al completo.» prima ancora di aprire bocca.

Di tempo da perdere non ne abbiamo più.

Il giorno della svolta però arriva per tutti, che sia tramite una nuova buona amicizia, un passaparola, una richiesta maggiore data dall’arrivo della bella stagione. Il colloquio, il giorno di prova e poi si comincia. Qualcosa però, col tempo, sembra farsi strada mentre si solleva un contenitore pesante, si passa lo straccio nello stesso punto per l’ennesima volta, mentre si sorride di nuovo ad un cliente. Dei dubbi, una domanda.

Partire senza nient’altro che la volontà rende più propensi ad accettare ciò da cui in realtà siamo scappati, creando un sistema che attrae e che al tempo stesso respinge tutti i nuovi avventori. Tanto che ogni volta che un Italiano ne riconosce un altro, dall’accento, dagli strati eccessivi di vestiti da cui è coperto o da quell’attimo di esitazione quando ordina un espresso, non può fare a meno di chiedere « Lavori?», «Sto ancora cercando…».

E a questa risposta, con un fervore che non cambia mai anche se cambia l’interlocutore, segue una replica automatica, così come è automatica la lettera dell’ARD quando ci si registra al Comune,

«Non lavorare per gli Italiani».

 

Teresa Merone