Italiani in Germania: “Should I stay or should I go?”

Italiani in Germania: “Should I stay or should I go?”

24. aprile 2018 0 Di Teresa Merone

“Dovrei rimanere o dovrei andarmene?” è la domanda che Shakespeare avrebbe fatto porre ad Amleto se lo avesse pensato come un espatriato. Essere o non essere, non sarebbe sembrato poi un granché come dilemma.

Questa questione, vista anche in riferimento al momento storico e politico attraversato dall’Italia, allo stallo in cui versa da tanto tempo, dovrebbe man mano indebolire la forza centripeta che ci spinge verso il nostro centro, al luogo a cui apparteniamo.

E in alcuni questo accade, in altri invece no.

Non è raro infatti trovare connazionali che abbiano frequentato i corsi di lingua, che il BAMF rende facilmente accessibili, senza però aver ottenuto alcun risultato, ma che anzi hanno preferito impiegare le proprie forze nella fine arte del “salto dello straniero”. Il mescolarsi al tessuto tedesco quindi non sempre rientra tra le opzioni, soprattutto se si ha una qualche padronanza dell’inglese che permette comunque di arrancare, anche se non in tutti i casi: la posta e le bollette parleranno comunque e solo auf deutsch.

Questo fenomeno emarginante sembra colpire con maggior forza le “mamme a tempo pieno”, coloro che hanno seguito il lavoro del marito e che, ritrovatesi d’improvviso in un nuovo contesto, hanno deciso di dedicarsi completamente alla famiglia, senza ricercare delle amicizie se non all’interno dei contatti che tramite la scuola sono riuscite a ottenere. Costruendosi di fatto un confortante ma stretto bozzolo che le tiene lontane da quella quotidianità in cui non è compresa la propria famiglia, scegliendo di vivere in attesa che qualcosa cambi.

 

Negandosi incontrovertibilmente anche il privilegio di lanciarsi in sfuriate tra madri per uno screzio tra bambini.

 

La condizione infatti in cui ci si trova, nel momento in cui si decide di non recidere il cordone ombelicale, è quella di voler ritornare dove c’è la propria storia,i propri proverbi, a “casa mia” e, stavolta, accontentarsi dei lavori che inizialmente abbiamo rifiutato perché carichi di aspettative, di lauree e di corsi di perfezionamento. Ad un tratto le radici sembrano più forti delle inclinazioni professionali e personali, di un contratto indeterminato, di una bella casa. Nonostante “il sogno europeo” spesso bussi alla porta, la predisposizione naturale alla vita a “lunga distanza”, di cui ad esempio la popolazione asiatica è da sempre maestra, sembra non appartenere all’identità culturale italiana, che invece preferisce rimanere ancorata al suolo natale nonostante tutto.

La Germania dà tanto, ma chiede anche tanto e se la propensione all’adattamento non è un elemento che metteremmo nella colonna dei nostri pregi, la possibilità di condurre una vita appagante è talmente bassa, da far sembrare più probabile trovare una persona con una buona opinione su Offenbach.

I The Clash nel 1982 cantavano un pezzo che ha fatto la Storia della musica internazionale, scrivendo a loro insaputa il Manifesto di coloro che vivono in continuo conflitto tra la necessità di restare e la voglia di tornare.

Quindi, “Should I stay or should I go?”