Intervista a Daniele Luchetti

Daniele Luchetti, regista romano e utopista.

Una definizione che lui stesso utilizza, per descriversi e per descrivere la sua carriera, durante la serata d’apertura al Deutsches Filmmuseum. E l’energia con cui parla dei suoi progetti cinematografici e degli studi su ognuno di essi, rivela non solo una naturale propensione verso la conquista “armata” di un Mondo ideale ma anche il conseguente disagio nello scontrarsi, il più delle volte, con una realtà di piombo.

1) “Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà”. Così scriveva Pier Paolo Pasolini in Dialetto e poesia popolare nel 1951 e proprio in Mio fratello è figlio unico, che sarà proiettato stasera per l’apertura del Festival Verso Sud, hai scelto di utilizzare il dialetto romano come strumento per arrivare al pubblico. Quale peso, dunque, pensi abbia la lingua nella strutturazione di un film di stampo sociale?

Quello che fa il dialetto è non idealizzare i personaggi, non trasformarli in un ragionamento politico. Spesso il cinema ideologico fa proprio questo: prende le persone e le trasforma in idee. Quello che a me piace nei film e nelle opere invece è il contrario esatto, quando non si parla della politica in sé ma di persone che fanno politica. In questo caso, i protagonisti sono radicati in un contesto sia sociale, psicologico che familiare e tramite il dialetto ci ricordano la loro vera essenza, cosa che in un film storico potrebbe andare perduta.

2) Questo film potrebbe essere riassunto con una opposizione: l’azione del singolo che contrasta l’idealismo della massa. Un messaggio diretto alla società è molto forte…
Mio fratello è figlio unico racconta un periodo particolare, quello in cui si era tutti schierati su posizioni chiare: o a destra o a sinistra. Erano gli anni precedenti al terrorismo, quando gli scontri non erano ancora così forti. Un momento prima della caduta di tutte le ideologie. Oggi infatti gli ideali sono frantumati, non è così facile capire la differenza tra le parti, quello invece era un tempo in cui le convinzioni politiche erano così forti che anche una famiglia poteva risultarne divisa.

foto tratta dal film “La nostra vita”

3) Basta prendere 3 film a campione dalla tua filmografia per capire quale sia il filo conduttore della tua carriera: Domani accadrà racconta l’alba dei moti risorgimentali, Mio fratello è figlio unico quelli del ‘68; Chiamatemi Francesco – Il Papa della gente ha come protagonista il “rivoluzionario” della Chiesa cattolica. Sintetizzando: i mutamenti sociali e l’impatto che hanno su chi le vive. Perché hai deciso di fare di questo tema il topic della tua carriera?

Non è stata una cosa programmata. Ho sempre raccontato la storia di personaggi con ideologie più o meno fallite o riuscite. Bergoglio, ad esempio, si trova nella posizione più alta e più utile per arrivare al pubblico a cui vuole riferirsi, per seguire il suo pensiero e renderlo concreto. Anche Anni felici, se vogliamo, è un film sull’idealismo artistico. Non ci avevo mai pensato, ma credo di avere un’affinità con il tema poiché in fondo anche io sono un idealista, un utopista, sempre lanciato verso imprese di qualche genere che siano artistiche o familiari.

4) Le influenze letterarie che fanno da sfondo ai tuoi film sono dichiarate: Il fasciocomunista – Vita scriteriata di Accio Benassi di Pennacchi, per La scuola i due libri di Domenico Starnone e per I piccoli maestri il romanzo di Meneghelli. Quale sono invece gli input cinematografici che ti hanno reso il regista di oggi?

Sono sempre stato un amante dei grandi classici, sarà per formazione o sarà per il sospetto che nutro verso le mode che decadono facilmente, i fenomeni che durano poco. Io sono uno spettatore del cinema classico e un amante del suo linguaggio, di Chaplin e Billy Wilder. Anche Fellini per me è un grande autore classico, un innovatore che non ha perso forza col tempo, cosa che invece è successa a molti altri.

5) Oggi sei qui al Deutsches Filmmuseum di Francoforte, come ospite d’onore della prima serata, la domanda quindi è d’obbligo: cosa comporta la promozione del cinema italiano all’estero per l’Italia e gli Italiani? Cosa significa soprattutto per noi essere guardati, attraverso i film, da occhi stranieri?

Guarda, io ho portato molto in giro questo film per raccontare questa “stranezza” che abbiamo avuto nel nostro Paese, ossia che intere generazioni di giovani si siano dannate per la politica. Mostrando questo possiamo far capire che la nostra Patria è viva, idealista e ha progettato tanto un futuro che non è riuscita a ottenere. L’Italia si è mossa in un modo completamente diverso rispetto ad altri Paesi: ad esempio, è interessante mostrare negli USA questa tappa storica che lì non c’è stata, poiché i loro giovani più che altro hanno lottato per conquiste a livello sociale, di comportamento e quindi non su come costruire uno Stato. È bello dunque far vedere le radici dell’Italia di oggi, soprattutto per far notare come questo tentativo in realtà sia sfociato da un lato nel terrorismo e dall’altro nell’estremo rifiuto della politica. Siamo stati degli utopisti falliti, in questo senso.

 

Teresa Merone

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