I dati governativi sul reddito di cittadinanza non tornano

I dati governativi sul reddito di cittadinanza non tornano

8. Februar 2019 2 Von FrancoforteNews

Istat e Inps sono stati auditi in commissione lavoro al Senato, dimostrando che le platee dei beneficiari saranno inferiori a quelle stimate dal governo. 

 

Di Daniel Blake

Fonte: dinamopress.it

Di certo ricorderete quel balcone, i sorrisi, i festeggiamenti, l’annuncio per la fine della povertà. Ricorderete pure il giuramento di prosperità universale, come nelle televendite di Concetta Mobili, che al pari di tutti i giovani partenopei nati all’inizio degli ‘80, Di Maio avrà visto e rivisto sulle tv commerciali della Campania. I fatti sono più duri della propaganda sul reddito di cittadinanza (RdC), eppure non sono bastati a convincere neppure il neopresidente dell’Anpal, l’italo-americano Mimmo Parisi, a essere un poco più prudente. Avrà la responsabilità di applicare la misura, ma in una recente audizione alla Camera, oltre a rendere evidente una statura non proprio da esperto del mercato del lavoro, ha detto con modestia che non esclude il miracolo, come quello che ha già compiuto in Mississipi (sic!). Lo stato più piccolo e povero degli Usa. Dove la crescita del tasso di occupazione post-crisi, non è certo dovuta alla sua piattaforma, al suo modello di cybernetic state, ma al fatto che le industrie di auto americane hanno delocalizzato nello stato dove il costo della forza lavoro è più basso e dove non esistono i sindacati. Ci sarebbe molto da discutere di questa speciale ideologia da stato minimo tecnologico, il populismo del platform state, sottesa alla visione di questo signore, ma non è questo il momento.

Veniamo ai fatti invece, e i fatti sono che il 5 febbraio ci sono state nuove audizioni al Senato sul RdC, in vista della conversione del decreto. Mentre i quotidiani si sono concentrati sulle posizioni dei sindacati confederali, che in sostanza non hanno fatto altro che difendere il ReI, forse sarebbe stato utile anche approfondire le stime elaborate da Istat e Inps che aiutano a discutere della copertura dei beneficiari e degli effetti reddituali, al di là dei problemi legati alle condizionalità, al controllo sociale e alla trasformazione delle istituzioni.

Al netto di alcune insopportabili considerazioni politiche del solito presidente dell’Inps Boeri, le stime dei due istituti sconfessano la copertura della platea annunciata dal governo. Il RdC rappresenta senza dubbio finanziariamente il più generoso piano anti-povertà degli ultimi venti anni, ma è allo stesso tempo vero che è solo colpa della ideologia neoliberale e autoritaria del governo se la misura non riuscirà a raggiungere neppure gli individui da loro stesso previsti.

Secondo le stime governative la misura è rivolta a 1,4 milioni di famiglie circa, ovvero 4,6 milioni di potenziali poveri. Una platea potenziale che non copre il totale dei poveri assoluti (5 milioni e 58 mila individui) né ovviamente quella dei poveri relativi (9milioni e 368mila individui) stimati dall’Istat nel 2017, pesantemente in crescita negli ultimi anni. I tecnici del Ministero tuttavia avvertono, nel silenzio del chiacchiericcio mediatico, che il tasso di adesione alla misura (take up) è atteso introno al 90% del totale dei potenziali beneficiari, tra l’altro superiore al dato della letteratura internazionale.

Assumendo nelle loro stime lo stesso tasso di adesione dei beneficiari previsto dal governo, i due istituti rivedono al ribasso il calcolo dei nuclei potenziali (1,3 milioni l’Istat, 1,2 milioni l’Inps), con una contrazione che oscilla tra 100-200 mila nuclei. A preoccupare è però un limite sfuggito ai più e che riguarda il dimezzamento della copertura degli individui poveri: che passerebbero dagli oltre 4 milioni stimati dal governo a circa 2,7 milioni per l’Istat e 2,4 milioni per l’Inps. Questo perché la scala di equivalenza applicata per il calcolo dei requisiti di reddito, molto più restrittiva di quella abitualmente adottata, penalizza i nuclei numerosi, premiando invece gli individui singoli. È l’Istat a chiarire che il 47,9% dei beneficiari saranno probabilmente singoli, mentre il 19,6% saranno coppie con figli minorenni. Questo scenario, se da un lato ci parla della forte restrizione della copertura, dall’altro – senza che lo facciamo sentire troppo al maledetto Pillon – potrebbe indebolire inavvertitamente la cappa familista con cui è stato disegnato l’intervento, aprendo alla possibilità di una lotta nei termini chiariti dalle femministe di Non una di Meno.

I dati Istat sulla distribuzione territoriale dei beneficiari ci confermano quanto già più o meno sapevamo, ossia che il 9,0% dei nuclei apparterà al Mezzogiorno, il 4,1% al Centro e il 2,7% al Nord. Aggiungono anche, e forse non c’era neppure bisogno di farlo, che si tratta nei fatti di una misura “razzista” per sole famiglie bianche: «fra i destinatari del RC, i nuclei familiari composti da soli cittadini italiani sono […] circa l’81% del totale delle famiglie beneficiarie, mentre quelli formati da soli stranieri, cittadini dell’UE ed extra-comunitari, sono 150 mila (11,5%)».

A questi dati si aggiungono quelli relativi agli aspetti reddituali, compreso gli effetti redistributivi della misura. Secondo l’Inps il 48,9% dei beneficiari saranno nuclei senza reddito, mentre ben il 33,7% nuclei di working poors. Certo, per buona pace dello stesso relatore Boeri che ha avuto persino il coraggio di affermare in audizione che il benefit è troppo alto e rischia di scoraggiare la ricerca di lavoro. Verrebbe da dire: quale lavoro Mr. Boeri? Quello con salari di merda, che condanna alla povertà permanente? Quello che verrà “ordinato” dai 6.000 navigator precari attraverso gli algoritmi di Mr. Parisi?

Ancora secondo l’Istat il beneficio medio per famiglia sarà pari a 5.045 euro, corrispondente al 66,7% del reddito familiare. Un assegno medio mensile tra oscillerà tra i 300-400 euro, ben al di sotto della stima del governo (pari a 500 euro medie al mese), quasi in linea con i calcoli rivisti anche da Svimez (391 euro mensili).

L’Inps aggiunge che la misura, dal punto di vista redistributivo, se ha qualche chance nell’avvicinare i nuclei alla soglia della povertà fissata dal decreto, al contrario avrà uno scarsissimo impatto nel ridurre il numero dei poveri assoluti. Anche perché la soglia di povertà cambia dinamicamente nel tempo e nella recessione economica certificata da poco, è destinata a muoversi verso l’alto, imprigionando i beneficiari sotto un cielo di cristallo (trappola della povertà).

Di Maio sa che su quel balcone deve stare attento a tornarci. Adesso deve solo sperare che tutto fili liscio e che le carte del reddito (che viste le stime rischieranno di esser troppe) siano caricate poco prima delle elezioni europee. Ma è già evidente che non tutto filerà liscio: basti pensare al braccio di ferro tra Stato e Regioni, alla moltiplicazione dei precari che dovranno ricollocare i disoccupati (Navigator) e alla mobilitazione annunciata dagli operatori precari di Anpal Servizi Spa. Sul balcone in questo momento c’è molto vento.

Con le nuove informazioni che arrivano, la misura mostra evidenti problemi: è lo specchio della peggiore ideologia workfaristica, fortemente punitiva e moralista verso i poveri, assai negativa per l’autonomia delle donne. Ma tra poco non ci potremo neppure più limitare a dire questo. Tra poco sarà il momento di organizzare piccole e grandi azioni di diserzione dal controllo delle condizionalità. Sarà il tempo di sperimentare strategie di attacco. Imparando dalle altre esperienze europee e statunitensi. Tra pochissimo, soprattutto, sarà il tempo dell’8 marzo e dello sciopero femminista. Sarà tempo di tornare a chiedere un reale reddito di autodeterminazione per tutt*.