ANTEPRIMA” – 5 domande a Alessandro BARBERO

 

Intervista a cura di Michele Santoriello

 
Buongiorno Professor Barbero, il 21 marzo verrà a farci visita al Consolato Generale di Francoforte per presentare il suo libro ”Caporetto” (Laterza, 2017) per il ciclo di incontri “ Noi e la Storia”. Un incontro-confronto aperto al pubblico proprio per parlare e riflettere su questo evento della storia italiana che ancora oggi ci interroga sul nostro essere nazione. Gli amici tedeschi ed italiani desiderano sapere in ANTEPRIMA qualcosa dell’ospite. Se Lei è d’accordo vorrei proporle 5 domande perché possa incuriosire le nostre lettrici e i nostri lettori, prima di averli con noi all’evento culturale. Iniziamo?
Lei è uno dei più originali storici italiani, noto al grande pubblico italiano non solo per i libri, saggi, ma anche per i romanzi e le collaborazioni televisive che hanno riportato la storia “fuori dalla polverosa sequenza di date e nomi dei libri di testo”. Come si potrebbe spiegare ad un ragazzo delle scuole superiori dei nostri licei bilingui il mestiere di storico che si muove tra fatti, interpretazioni, esperienze umane e ricerca?

Provo a rispondere. La storia che s’insegna a scuola è la sintesi, inevitabilmente molto sommaria e superficiale, di tutto quello che sappiamo oggi sul passato: che non è tutto, e per certi periodi (l’Antichità, il Medioevo…) non è nemmeno molto, anche se i manuali possono dare l’impressione contraria. Di solito non viene spontanea la domanda “ma tutte le cose che racconta il manuale, come facciamo a saperle?”. E invece è tutto lì. Non le sapremmo se non ci fossero persone il cui mestiere è di cercare le tracce del passato, analizzarle, discuterle, per arrivare innanzitutto a scoprire cos’è successo (e sarebbe già molto), e poi, se possibile, a spiegare perché. E’ per questo che il lavoro dello storico è ricerca a tutti gli effetti, anche se assomiglia almeno altrettanto al lavoro del giudice inquirente, anche lui incaricato di trovare e vagliare le testimonianze per stabilire la verità.

• Che paesi erano Austria e Italia nel 1917 prima della battaglia di Caporetto e quale era la situazione delle forze sul fronte dell’Isonzo, l’assetto sul campo nonché il morale degli eserciti di entrambi i paesi?

L’Austria e l’Italia della Prima Guerra Mondiale erano due paesi per certi versi molto simili: due potenze di seconda categoria, molto più deboli rispetto alle vere grandi potenze come la Germania, l’Inghilterra e la Francia, con un tessuto industriale in crescita cui si contrapponevano un vasto mondo contadino poverissimo, una borghesia non troppo moderna, un tasso di analfabetismo ancora molto alto. Allo scoppio della guerra l’Austria, più grande e popolosa, era nettamente più forte dell’Italia, ma nel 1917 non era più così. L’Austria era un impero che stava morendo di fame, mentre l’Italia era alleata coi paesi più ricchi del mondo e stava vincendo la guerra. Sul fronte dell’Isonzo gli italiani avevano più uomini, più mezzi, più da mangiare rispetto al nemico. Forse solo sul piano del morale, dopo le terribili perdite subite in quei due anni e mezzo di offensive incessanti, l’esercito italiano in quel particolare momento non era superiore a quello austroungarico.

• Durchbruch (sfondamento) e Schwerpunkt ( il massimo sforzo) queste le due parole d’ordine dell’attacco pensate dai cugini maggiori tedeschi per la grande battaglia del 24 ottobre: cosa sapeva il nostro Stato maggiore dei piani d’attacco? Funzionava l’attività di spionaggio e servizio informazioni o vi era anche disinformazione del controspionaggio? Perché Cadorna sembrava non credere ad un possibile attacco decisivo austro-tedesco?

Il comando supremo italiano era perfettamente informato dell’offensiva nemica in preparazione, grazie allo spionaggio, ma soprattutto alle intercettazioni telefoniche e alle diserzioni. I disertori erano molti in entrambe le direzioni, ma gli austriaci disertavano di più degli italiani, sia perché gli italiani in trincea mangiavano male ma gli austriaci facevano la fame, sia perché molte delle nazionalità che componevano l’esercito austriaco non avevano in realtà nessuna ostilità verso gli italiani e nessun desiderio di vincere la guerra, anzi speravano che l’impero la perdesse. Così negli ultimi giorni prima di Caporetto disertano addirittura ufficiali, romeni o polacchi, portando con sé gli ordini dettagliati dell’offensiva. Cadorna prese sul serio la minaccia e modificò di conseguenza il suo schieramento, che crollò solo per la netta superiorità dei tedeschi. Il che non è in contraddizione col fatto che in cuor suo Cadorna fino a qualche giorno prima sia rimasto convinto che forse era tutta disinformazione, tanto gli sembrava assurdo che il nemico attaccasse posizioni fortissime quando ormai era già inverno.

• Proviamo a mettere a confronto due generali quali Luigi Capello – comandante della Seconda Armata su cui si abbatte l’attacco nemico – e il prussiano Otto von Bulow al comando dell’armata mista che sferrò l’offensiva sull’Isonzo: che personalità erano, come vissero e raccontarono questa battaglia? Quale ruolo ebbe a Caporetto il giovane tenente Erwin Rommel che poi conosceremo come la volpe del deserto nella Seconda guerra mondiale?

Il generale von Below non raccontò la battaglia, anche se noi disponiamo dei suoi diari; era una delle tante battaglie che aveva combattuto, e per lo più vinto, durante la guerra, ma non scrisse le sue memorie. Il generale Capello invece la battaglia di Caporetto la rievocò in molti libri polemici, ed è naturale, perché era uno dei responsabili della sconfitta, ma anche quello che pagò più di tutti e che quindi può essere considerato anche un capro espiatorio. Si trattava in entrambi i casi di professionisti di un certo livello, ma uno era tedesco e l’altro italiano: von Below era un prodotto dello Stato Maggiore prussiano, un professionista puro, mentre Capello era un prodotto dell’Italia giolittiana, un generale politicante, con quei difetti – la retorica del linguaggio, la scarsa capacità di fare squadra – che erano, si direbbe, una delle forme dell’arretratezza del paese.

• Oltre agli intellettuali che erano su quel fronte (Filippo Tommaso Marinetti, Carlo Emilio Gadda, Giuseppe Ungaretti solo per citarne alcuni), i soldati italiani scrissero molto nella prima guerra mondiale: ci può dire come raccontarono loro la disfatta, la prigionia, la ritirata?

Dopo la Grande Guerra moltissimi combattenti, soprattutto ufficiali, pubblicarono dei libri in cui raccontavano le loro esperienze. C’era di tutto, dalla retorica nazionalista più vuota a sguardi estremamente critici. In tempi più recenti è cominciata una nuova ondata di pubblicazioni, spesso ad opera dei nipoti, che pubblicano diari rimasti inediti. Ne esce il ritratto di una vicenda colossale, che segnò la vita di milioni di persone, ognuna delle quali però la visse in sintonia con la propria personalità e la propria vita, e quindi nei modi più diversi. La nota prevalente è certamente l’ostilità per quella guerra, il senso della sua inutilità e crudeltà, e dell’insensatezza dell’ingranaggio; ma non è l’unica.

Grazie professor Barbero, l’ aspettiamo giovedì 21 marzo , alle ore 19.00, nella Sala Europa del Consolato (Kettenhofweg. 1 ) per continuare a dialogare con Lei .

 

 

AlessanAlessandro_Barbero_200x200dro Barbero: studioso di prestigio internazionale, insegna Storia medievale presso l’Università del Piemonte Orientale. Con il romanzo d’esordio, Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle gentiluomo, ha vinto il Premio Strega nel 1996. Collabora con La Stampa, inserto Tuttolibri, e IlSole24ore, inserto Domenica, con la rivista “Medioevo”, e ha curato dal 2013 in poi i programmi televisivi di divulgazione di argomenti storici (“A.c. D.c.”, Il Tempo e la Storia” e ”Passato e Presente”) e radiofonici (“Alle otto della sera”) della RAI. Tra i suoi titoli più recenti ricordiamo: Lepanto. La battaglia dei tre imperi (Laterza 2012),  I prigionieri dei Savoia (Laterza 2014), Il divano di Istanbul (Sellerio 2014), Le ateniesi (Mondadori 2015), Donne, madonne, mercanti e cavalieri, ( Laterza, 2015), Costantino il vincitore (Salerno 2016), Federico il Grande (Sellerio, 2017) e Caporetto (Laterza, 2017).

 

 

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